Alessandro Rotta

Fotografie e Parole, Amore e Odio, Corpo e Anima, Energia e Materia

Cosa vorrei fare – Quadrato Magico

gennaio26

Troppo tempo che non aggiorno questo blog… che mi siano sfuggiti i rintocchi della mezzanotte? Questo testo l’ho scritto a matita il 22 Marzo 2009, circa dieci mesi fa, su un singolo foglio di un piccolo blocco di appunti, su un diretto Arezzo – Firenze. In questa deliziosa e fredda sera di Gennaio ho deciso di pubblicarlo in una forma non usuale: non come semplice sequenza di parole ma sottoforma di “quadrato magico” di singole lettere. Trentasei colonne e trentasei righe per un totale di 1236 (milleduecentotrentasei) lettere. Quali strane e magiche combinazioni di lettere si nascondono nelle verticali e nelle diagonali del quadrato? Non ne ho la più pallida idea…

Cosa vorrei fare - Quadrato magico

Cosa vorrei fare - Quadrato magico

Texel

maggio7

Texel (Isole Frisone), 3 Maggio 2009

Il faro dell’antica isola mi guida
come i pescherecci del Mare del Nord,
sotto un cielo azzurro di nuvole veloci,
cammino deciso sulla sabbia bianca.

Il vento, tagliente come un rasoio,
livella la spiaggia di conchiglie,
increspa il mare, toglie il respiro,
e non resta che fermarsi a riposare.

Ma anche se sembrerò saldo e fiero
sotto il sole tiepido di primavera,
i miei piedi appoggeranno sulla sabbia:
e sarò in balia del vento e delle maree.

Texel, 3 Maggio 2009

Cyanotype Dream

marzo9

Nell’ambito della mia ricerca sul significato profondo della Fotografia ho realizzato questa piccola sequenza-autoritratto

Cyanotype Dream

Forse l’unico modo di vedere realmente una fotografia è fotografarla… se ci limitassimo a fotografare l’albero, guardando la fotografia noi vedremmo l’albero, non la fotografia. Arte trasparente, la fotografia riesce a rendersi invisibile nella sua apoteosi, una bella foto è quella che non ti fa parlare della foto stessa ma del soggetto, del messaggio, del valore simbolico e comunicativo: esaltandosi si annulla! Soprattutto nel mondo digitale, in cui la fotografia non esiste nemmeno come oggetto fisico, ma soltanto come sequenza numerica codificata. Questa è una riflessione in questo senso, che chiama in causa una tecnica di stampa, la cianotipia, vecchia come la fotografia stessa (ma che utilizza in questo caso un negativo ottenuto digitalmente), a sua volta fotografata. Questa serie di azioni apparentemente semplici genera un complesso puzzle metalinguistico, difficile da descrivere e da decifrare. E’ proprio in questa trasparenza che si nasconde, paradossale, la forza della comunicazione fotografica, talmente netta e immediata che non ha bisogno di simboli, né di goffe rappresentazioni, né di laboriosi interventi manuali: essenza pura che trascende da contenuti e contenitori.

Il fotografo

ottobre23

Una riflessione, in prosa, scaturita da alcune delle mie ultime letture…

Ogni fotografia appartiene al passato, è un qualcosa che è già stato, che non era prima dello scatto e che non sarà mai più (grazie a Barthes per avermelo fatto notare). L’unica certezza è che il fotografo era là, parte di quel passato. Non si vede quasi mai il fotografo, fanno eccezione l’autoscatto (ma allora chi è che scatta?) e gli specchi (ma parafrasando un noto romanzo lo specchio è solo un eidolon), ma si ha la certezza che c’era, e che nella maggior parte dei casi ha materialmente premuto il pulsante. Ci sono tre tipi di fotografie:
le fotografie che non hai fatto, che sono la maggior parte, sono tutti quegli attimi che non hai fotografato, hai scelto di non fotografare, o che non hai potuto fotografare. Forse si può provare a contarli: ipotizzando un tempo medio di scatto di 1/125 di secondo ogni fotocamera non scatta circa 10 milioni di fotografie al giorno ! Di questi non scatti solo una piccolissima parte divengono scatti:
le fotografie che hai fatto, in maggioranza finiscono archiviate in scatole portanegativi o in hard disk in forma binaria, scampoli di passato che vengono degnati di un paio di occhiate al massimo. Ogni fotografo ha migliaia e migliaia di queste foto, sono ingombranti, pesanti, polverose. Raramente accade il miracolo, e una piccola parte di questi scatti dimenticati diventano patrimonio comune:
le fotografie che hai scelto, ovvero quel sottoinsieme di scatti che scegli di mostrare agli altri, quei frammenti di passato che hai deciso siano degni di essere portati al livello del presente. E qui accade il miracolo, perchè anche sottoforma di squallidi e sbiaditi simulacri bidimensionali e monomediali, questi oggetti riescono a trasmettere emozioni. Come sia possibile evocare, in un pezzetto di carta bianca macchiata di nero grande quanto un biglietto da visita, l’esistenza di un individuo morto cento anni fa, mai visto né conosciuto, oppure esplorare un luogo ormai dimenticato, è il grande mistero della fotografia.
E tutti questi scatti sono accomunati da una sinistra presenza, il fotografo, una sorta di profeta del passato, colui che ha il potere e la responsabilità di decidere cosa è importante e cosa è insignificante. Una fotografia è ciò che sta davanti alla fotocamera, dietro c’è il vuoto, un frammento di passato che non solo non è stato fotografato, ma che non è stato neppure non fotografato, né avrebbe potuto esserlo, perchè la macchina era puntata nella direzione opposta. Questo aspetto della fotografia mi ha sempre spaventato, il non poter sapere cosa c’era dietro alla macchina al momento dello scatto, il non poter definire questa presenza inquietante del fotografo, questa figura di cui si vede soltanto ciò che egli stesso vede, di cui non si sa neppure come era vestito, di che colore aveva i capelli, se era uomo o donna, bambino o anziano. Talvolta una fotografia sarebbe forse più interessante se la macchina fotografica al momento dello scatto fosse stata utilizzata a rovescio: avremmo potuto vedere l’occhio del fotografo, attento all’inquadratura, l’indice che preme il pulsante… ma, fortunatamente per noi fotografi, questo è soltanto uno sciocco paradosso, perchè così non esisterebbe più quella fotografia, e neppure avrebbe senso discutere su chi stava dietro a un’immagine che non esiste.

Un augurio a tutti i fotografi, che possiate sempre navigare nel vostro presente senza affogare nel vostro passato e senza dissolvervi in un futuro che non esiste ancora. Noi siamo ora.